16/02/12 @ by Michael Derks, Chief Strategist
Daily Forex Brief

La dichiarazione politica della Cina che avrebbe aiutato l’Europa non ha avuto un impatto sostanziale sugli umori del mercato di ieri, gli operatori e gli investitori si sono concentrati principalmente sugli ultimi intrighi in Grecia (vedi sotto). Il Nord Europa ha chiaramente ormai perso la fiducia nelle promesse della Grecia, mentre i politici greci contano sul suo sostegno proprio in questo momento critico. Un articolo del Dow Jones che è apparso nel tardo pomeriggio di ieri, ha probabilmente colpito nel segno: l’Europa potrebbe concedere un prestito ponte per permettere alla Grecia di rimborsare i titolari di obbligazioni il 20 marzo per poi riaprire le trattative sul salvataggio dopo le elezioni greche. Tuttavia è anche possibile che l’Europa decida che sia giunto il momento di avere il suo proprio “Lehman moment” e quindi lasciare andare la Grecia. Questo non può essere escluso, come evidenziato da recenti commenti fatti da vari politci tedeschi e olandesi. Questo potenziale scenario ha avuto un impatto forte sull’euro: nelle contrattazioni overnight è sceso anche se brevemente sotto 1.30. Ci sono state inoltre ripercussioni sui rendimenti delle obbligazioni dei paesi europei in difficoltà di bilancio, con il rendimento a 10 anni di Spagna e Italia più lontano di 20bp rispetto al Bund. Chi farà la prima mossa?
Commenti
La Grecia sta andando di male in peggio. Il crollo del debito greco assomiglia sempre di più a un gioco di roulette russa tra politici e leader europei. L’Europa minaccia di non tirarli fuori dai guai senza le austerità supplementari, i politici greci minacciano un default, ma firmano comunque le misure di austerità e poi indicano le loro intenzioni di fare marcia indietro quasi subito. E ora l’Europa sta considerando di ritardare il secondo piano di salvataggio fino a dopo le prossime elezioni generali greche (allo stesso tempo dando alla Grecia abbastanza soldi per evitare il default). Nel frattempo, la Germania sta ancora valutando l’idea di mettere i soldi per il salvataggio della Grecia in un conto vincolato (controllato dall’Europa), e il nord Europa (Germania, Paesi Bassi e Finlandia) è giustamente sempre più disposto a far fallire la Grecia. Inutile dire che è molto improbabile che l’Europa firmi il secondo piano di salvataggio a breve, aumentando la probabilità di un default, almeno parziale, il 20 marzo, quando la Grecia dovrà rimborsare 14,4 miliardi di euro di obbligazioni in scadenza. Non sorprende che l’euro sia spaventato dall’idea che il salvataggio potrebbe essere ritardato di alcuni mesi. Antonis Samaras leader del partito Nuova Democrazia ha inviato una lettera ai leader dell’UE annunciando il suo impegno costante per l’austerità, ma purtroppo le sue osservazioni fatte all’inizio di questa settimana hanno sbriciolato la sua credibilità. Nessun leader europeo può essere biasimato per avere seri dubbi sul suo impegno reale per il Programma di Stabilizzazione, soprattutto se eletto al potere. Anche se l’Europa ha accettato le sue assicurazioni, il crollo dell’economia greca è tale che un’altra ristrutturazione del debito sarà probabilmente necessaria al più presto. La Grecia è in fase terminale, e tutti lo sanno.
La crescente resilienza dell’Asia. Il corso degli ultimi avvenimenti in Asia dà la misura in cui questa regione sia staccata da quello che accade in Europa. É stata in grado di mettere da parte gli interrogativi che la circondavano (nel 2007-08), ma tutta l’acqua passata sotto i ponti da allora ha effettivamente reso l’Asia più resiliente o più vulnerabile alle onde d’urto provienti dall’Europa? Si tratta di una questione fondamentale, soprattutto da quando la Cina si fa di nuovo sentire per fornire un supporto più solido alla zona euro. Ricordiamo che è grazie alla Cina e all’India che le cose non sono degenerate ulteriormente negli ultimi anni. Da sole hanno rappresentato la metà della crescita globale nel 2008 e la maggior parte nel 2009. Dal 2007, quando la crescita era stagnante nei mercati sviluppati, la Cina é cresciuta del 30% e l’India del 35%. Le ragioni di questa resilienza asiatica sono varie e provengono da entrambe le parti, in tutte e due i paesi le cause della crisi (molto concentrata sull’Occidente), associate con il recupero in Asia dopo la crisi degli anni ’90, hanno trasformato la regione in un campo economico di risparmiatori e di grande interdipendenza intra-asiatica (il commercio tra i paesi asiatici cresce più rapidamente rispetto a quello con l’Occidente). L’aspetto degli scambi commerciali non rappresenta più una minaccia importante nel contesto di crescita, anche se la zona euro è entrata in una recessione tecnica. La bilancia commerciale tra la Cina e l’area dell’euro rappresenta circa i due terzi di quella degli Stati Uniti. Per il Giappone è un terzo. Inoltre la recessione nell’area dell’euro sarà probabilmente più leggera e meno basata sul consumo come è stato il calo negli Stati Uniti 2008-2009. Il vero punto delicato è il potenziale impatto sul conto delle partite correnti degli investitori stranieri che si stanno ritirando dall’Asia. La storia insegna sistematicamente che nella maggior parte dei casi questo è un fattore molto destabilizzante per i mercati emergenti, vale a dire il fatto che gli investitori stranieri possano spostare le risorse nel corso di uno spazio relativamente breve di tempo. Naturalmente sono i paesi con deficit nel conto delle partite correnti (che li rendono più dipendenti dagli investimenti d’oltremare) che sono più vulnerabili, ma anche il restringimento delle eccedenze delle partite correnti della Cina e del Giappone non può essere ignorato. In teoria questa contrazione potrebbe renderli più vulnerabili, dato che un passo in territorio negativo potrebbe cambiare la dinamica del commercio globale. Ma questo è improbabile per entrambi i paesi. Anche se il Giappone sta ora affrontando un deficit commerciale, continua a godere di una posizione largamente più stabile nel conto delle partite correnti, come conseguenza dell’essere il più grande detentore al mondo di patrimonio netto dall’estero degli ultimi 20 anni. I patrimoni investiti da oltremare (attratti soprattutto dal reddito fisso garantito dal Giappone) hanno restituito performance eccellenti l’anno scorso, ma questo potrebbe non durare, soprattutto nel’ambito dei rendimenti fissi. Da questa prospettiva il Giappone sembra più vulnerabile della Cina per quanto riguarda un eventuale passaggio in negativo del conto delle partite correnti, ma è solo un lieve rischio. Il saldo positivo della Cina sembra destinato comunque ad aumentare nel prossimo anno in quanto i risultati della strategia di lunga data volta a riequilibrare la dipendenza dell’economia dall’investimento verso il consumo tarda a dare i risultati sperati. Nel complesso, nonostante queste tendenze a breve termine, l’Asia ha poco di cui preoccuparsi in termini di flussi di capitali di fronte alla crisi della zona euro. Ma l’altra tendenza che offre conforto è il divergere delle fortune del debito sovrano tra gran parte dell’Occidente e l’Asia (Giappone a parte). L’FMI ritiene che il rapporto debito/PIL nel G7 é destinato ad aumentare per ciascun membro nei prossimi cinque anni. La stessa misura é invece stimata in calo della metà (dal 40% a circa il 20%) per i mercati asiatici in via di sviluppo. Certamente i numeri possono esagerare questo, data ad esempio l’espansione del debito locale in Cina, ma anche tenendo conto di questa, restano marcate tendenze divergenti. La resilienza dell’Asia, che era stata così importante per sostenere l’economia globale pochi anni fa, dovrebbe uscire ancora più forte da questa situazione.
Il budget altamente politicizzato di Obama. In quello che può essere descritto solo come un bilancio altamente politicizzato, il presidente Obama ha inviato al Congresso un documento in cui vengono aumentate in modo significativo le tasse per i ricchi, mentre anche le spese del governo nello stesso tempo sono in aumento . Se questo bilancio passasse (non c’è nessuna possibilità), allora i ricchi soffriranno la maggior parte delle pene finanziarie, inclueso la scadenza dei tagli fiscali dell’era Bush per chi guadagnava più di 250K di USD all’anno, una minimum tax per coloro che guadagnano più di 1 milione di dollari all’anno e i significativi aumenti delle imposte sui dividendi per i più facoltosi (dall’attuale 15% al 39,6%). Purtroppo, ancora una volta, non c’è assolutamente alcun tentativo di rispondere all’esuberante obesità fiscale americana. Il deficit di quest’anno dovrebbe raggiungere 1.330 miliardi USD, ovvero circa 8,5% del PIL. Il deficit sarà di oltre un miliardo di dollari per il quarto anno consecutivo. Il debito dovrebbe aumentare a 18,7 migliaia di miliardi di dollari entro il 2021, il 77% del PIL. Non sorprende che il budget di Obama sia stato criticato dai conservatori fiscali che riconoscono nello stesso tempo che queste misure molto probabilmente non vedranno la luce del giorno. In primo luogo perchè non passeranno mai prima delle elezioni presidenziali del 6 novembre. E in ogni caso perchè ci sono altre questioni fiscali molto più urgenti come sapere cosa succede ai tagli di spesa automatici di 1,2 migliaia di miliardi di dollari e che dovrebbero essere già stati promulgati, o la questione di un aumento del plafond massimo del debito che ha causato una rissa incredibile l’estate scorsa. A differenza di molti paesi europei, l’America resta nella negazione budgetaria e ciò crea disppunto tra gli investitori internazionali. Tuttavia, l’America continua a farcela, in parte perché è ancora la valuta più importante del mondo.
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