20/02/12 @ by Michael Derks, Chief Strategist
Non dobbiamo ignorare l’aumento del prezzo del greggio in questo periodo di crescita incoraggiante per la maggior parte delle economie avanzate. Il Brent è aumentato ancora questa notte, raggiungendo 122 USD al barile, un massimo record su 9 mesi. Mentre la ripresa è ancora piuttosto fragile, quest’ultimo balzo del prezzo del petrolio potrebbe calpestare questi germogli verdi prima che essi abbiano la possibilità di fiorire. A metà dicembre il WTI era inferiore ai 105 USD. Le crescenti tensioni iraniane nelle ultime settimane hanno contribuito in modo significativo a questo salto di prezzo del petrolio. Infatti l’Iran sta giocando un gioco dalla posta incredibilmente alta con l’Occidente al fine di aumentare la propria capacità nucleare. É molto probabile che il prezzo del petrolio aumenti ancora, soprattutto se Israele attaccasse gli impianti nucleari dell’Iran e/o l’Iran mettesse in pratica la sua minaccia di chiudere lo stretto di Hormuz attraverso il quale transita il 20% del petrolio prodotto nel mondo. Gli USA hanno già imposto sanzioni finanziarie e mosse paralizzanti sul petrolio mentre l’embargo dall’UE entrerà pienamente in vigore in giugno. In risposta l’Iran ha negato i rifornimenti di petrolio al Regno Unito e alla Francia e ha minacciato di cessare le esportazioni di petrolio verso cinque altri paesi europei. A questo punto né Cina né Giappone, India o Corea del sud si sono ancora impegnate a sostenere le sanzioni US/UE sul petrolio. In realtà potrebbero decidere di aumentare gli acquisti di petrolio perché l’Iran è costretto a vendere a prezzo scontato o addirittura a barattare l’olio per le merci che ha sempre più difficoltà ad acquistare a causa delle misure US atte ad interrompere il finanziamento del commercio. Gli Stati Uniti e l’UE si sono impegnati sull’attuazione di sanzioni nonostante l’effetto sulla fornitura di petrolio e sui prezzi. L’Iran è fermo nel suo rifiuto di discutere il suo programma nucleare, nonostante il danno per la sua economia e la sua moneta. Il petrolio è l’arma favorita per entrambe le parti e la posta in gioco non potrebbe essere più elevata.
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I consumatori del Regno Unito reagiscono al calo dei prezzi. Incoraggiati dalle riduzioni di prezzo molto aggressive nei negozi, i consumatori britannici sono stati propensi ad aprire i loro portafogli anche se in modo molto pittosto selettivo negli ultimi due mesi. Nel mese di gennaio, il volume delle vendite al dettaglio (escluso il carburante) è salito dell’1,2% dopo essere salito dello 0,6% nell’ultimo mese dello scorso anno. La domanda di beni per la casa è aumentata quasi del 5% il mese scorso, anche se una diminuzione complessiva simile era stata registrata negli ultimi quattro mesi. Per questo si potrebbe ragionevolmente sostenere che le massicce riduzioni dei prezzi hanno incoraggiato una domanda in qualche modo repressa. Ad esempio i prezzi dei beni di consumo sono scesi dello 0,9% il mese scorso. Inoltre nel complesso i prezzi al dettaglio sono cambiati solo leggermente da ottobre a gennaio. In netto contrasto con il primo semestre dell’anno scorso, quando i redditi reali vennero compressi senza pietà, la pressione è diminuita recentemente. Per coloro che ancora lavorano e sono fiduciosi sul fatto di mantenere il proprio posto di lavoro, il livello generale dei prezzi più basso nei negozi significa che il loro reddito si espanderà più di prima. Alcuni commercianti hanno detto recentemente che i volumi di vendita erano in realtà di tutto rispetto il mese scorso. Detto questo non c’è di che entusiasmarsi. La disoccupazione continua a crescere, e per la maggior parte delle famiglie la pressione finanziaria è ancora immensa. La crescita dei ricavi in termini nominali è praticamente inesistente per la maggioranza, di modo che solo prezzi più bassi potrebbero fornire un certo sollievo al deterioramento generale del costo della vita. Ci sono sempre più distributori in liquidazione, in particolare nelle zone dove c’è una dipendenza dai fondi pubblici. I rivenditori in genere restano molto prudenti. Però sembra che l’economia non precipiterà in recessione almeno in questo trimestre, dopo il calo del PIL in Q4.
La debolezza dello yen piace immensamente a Tokyo. Senza dubbio i funzionari della politica monetaria a Tokyo saranno molto soddisfatti della debolezza della valuta fino ad ora in gennaio. L’USD/JPY ha iniziato questo mese minacciando di scendere al di sotto del livello di 76. C’é stato molto rumore per questo e minacce di un massiccio intervento da parte dei ministri del governo, una prospettiva realistica data l’enorme bottino di guerra che la BoJ ha a sua disposizione. Tuttavia, da allora lo yen si è indebolito in modo consistente, ed è ora al di sopra di 79. Due fattori contribuiscono a questa inversione di tendenza. In primo luogo, la propensione al rischio ha continuato a migliorare questo mese; la notte scorsa, per esempio, le azioni statunitensi hanno raggiunto il loro massimo su quattro anni.
Di conseguenza alcuni trader e investitori che avevano fatto investimenti in valuta giapponese come rifugio di sicurezza al momento della tempesta finanziaria europea hanno progressivamente trasferito il capitale su asset e risorse valutarie in ascesa per farlo rendere meglio. Ne é testimone il continuo aumento dell’AUD/JPY, che dall’inizio del 2012 è cresciuto di quasi il 10%! In secondo luogo, la decisione a sorpresa della BoJ di aumentare gli acquisti di asset per 10 000 miliardi di yen e di annunciare un obiettivo esplicito di inflazione dell’1% sottolinea la sua determinazione a sostenere l’economia. Quest’ultima è stata chiaramente sottovalutata dal mercato dei cambi. Sapere però se lo yen giapponese avrà un buon andamento il mese prossimo all’avvicinarsi della fine dell’anno fiscale in Giappone è un altro discorso, perché in questo periodo rappresenta sempre un buon affare il rimpatrio da parte delle imprese giapponesi. Anche così però, la BoJ e il Ministero delle Finanze saranno incoraggiati da ciò che hanno osservato nelle ultime due settimane.
I rialzisti coraggiosi sull’azionario nonostante le preoccupazioni greche. Si tratta di un vecchio cliché, comunque sempre valido: le azioni di tutto il mondo continuano a scalare la parete della preoccupazione, mettendo da parte a poco a poco le preoccupazioni sull’Europa, la Grecia e la crescita globale. Si é scelto di concentrarsi sulle sorprese positive di crescita che emergono, in particolare negli Stati Uniti. Considerate le notizie sugli Stati Uniti solo negli ultimi giorni: le richieste iniziali di disoccupazione sono scese a un nuovo minimo in quattro anni, le case in costruzione sono in rialzo del 35% dal febbraio dello scorso anno e l’industria sta diventando sempre più forte. In Europa, la Germania sembra tenere abbastanza bene, nonostante un certo numero di economie della zona euro siano entrate in recessione e i consumatori nel Regno Unito siano tornati nei centri commerciali solo dal mese scorso. La Cina è di per sé sempre spinta in avanti dalle grandi spese delle famiglie. Dopo essersi convinti collettivamente alla fine dello scorso anno che era imminente il disastro finanziario, gli investitori e gli operatori sono stati progressivamente costretti a coprire le loro posizioni corte sulle risorse rischiose. Questo miglioramento della propensione al rischio ha portato a un ritorno di tutto rispetto sui mercati azionari globali. L’S&P 500 è salito del 17% negli ultimi tre mesi e ha raggiunto un massimo su quattro anni la scorsa notte, questo indice è ora in crescita del 100% dal minimo raggiunto nel marzo 2009. Dall’altro lato il DAX, l’Hang Seng e il Bovespa sono aumentati di un terzo dall’inizio di ottobre. Nel mondo delle valute c’é stato un movimento simile, con valute high-beta che hanno impressionato e le valute rifugio ad accusare forte in ritardo. Dalla fine di settembre sia l’Aussie che il BRL sono aumentati di circa il 15% rispetto alle valute tradizionali rifugio (il dollaro, il franco svizzero e ylo en giapponese). In questo contesto favorevole e con la BCE pronta a fare una nuova iniezione di liquidità a fine mese, è difficile identificare in questo momento un qualsiasi motivo per un ritorno al pessimismo universale. Potrebbe essere semplicemente che i mercati non vogliano più essere preoccupati.
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