Dopo un primo mese dell’anno relativamente incoraggiante, l’indice del dollaro è sceso del 3% da metà gennaio, in parte a causa dell’approvazione sorprendente da parte della Fed di maggiori provvedimenti di QE quantitative easing. I numeri del PIL di venerdì scorso sono stati notevolmente deboli, confermando la prognosi di un certo numero di funzionari della Fed che sentono come l’economia potrebbe fare meglio con qualche ulteriore assistenza. Inoltre il dollaro è stato venduto come contropartita nello short-covering rally sull’euro; ricordiamo che due settimane fa le posizioni in short sull’euro avevano registrato un record di massimo. L’euro ha dato un altro sguardo sopra gli 1,32 ieri ma ha incontrato ancora una volta un traffico pesante di vendite. Di interesse è che i favori sulla Sterlina e l’Aussie sono rimasti essenzialmente costanti rispetto alla moneta unica fin da metà gennaio, il che conferma che riguarda per lo più il dollaro. Potrebbe essere una debolezza temporanea, soprattutto se l’economia mostrasse una certa resilienza di nuovo. I dati sui salari di gennaio venerdì potrebbero rimodellare questo dibattito.
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L’economia cinese è in arresto a gennaio. I mercati sono più del solito sensibili ai segni di rallentamento della produzione in Cina, così l’ultimo PMI ha offerto qualche conforto a coloro che temono un rallentamento più netto. Il dato PMI è aumentato a 50,5, un incremento marginale rispetto al precedente 50,3, ma che va contro le paure di una caduta sotto il livello di 50. I dati contrastano con alcuni altri dati che indicano un’attività più debole per gennaio, ma, data la festa di Capodanno, ci sono inevitabilmente alcuni problemi di aggiustamento stagionale. Ci sono state anche notizie durante la notte che evidenziano un quinto mese consecutivo di calo dei prezzi immobiliari, secondo i dati più recenti dalla SouFun. La leadership cinese rimane fiduciosa che sia possibile ottimizzare le politiche di fronte alla domanda più debole e ha attuato misure intese a smorzare i prezzi degli immobili. Cosi i dati sono suscettibili di essere accolti bene nei circoli ufficiali, anche se si tratta di trovare un giusto equilibrio tra le forze delle autorità, le forze del mercato e la vulnerabilità del governo in caso di declino più netto del settore immobiliare.
La Grecia sballottata dalle nuove esigenze della troika. Con la Germania che ha quasi dichiarato una guerra diplomatica sulla Grecia all’inizio di questa settimana con la sua proposta di nominare un Commissario UE di bilancio per sanzionare le violazioni fiscali di Atene, il primo ministro Papademos deve avere sperato in un po’ di sollievo dopo un incontro molto teso con Angela Merkel. Ora però un’altra tempesta è scoppiata su un fronte separato, con la troika che sta portando avanti alcune nuove esigenze apparentemente stridenti. Queste includono ulteriori tagli alle spese per 2 mld di euro e del 20-25% sui salari dei lavoratori del settore privato concepiti per ricostruire la competitività. Sia l’Unione europea che il Fondo monetario internazionale hanno detto alla Grecia che a meno che il nuovo pacchetto fiscale venga concordato, nessuna ristrutturazione del debito potrà procedere. La previsione di lunedì da parte di Papademos che si sarebbe chiuso l’accordo sul debito prima della fine della settimana sembra ancora ben lontana dall’essere realizzabile. Allo stato attuale, i titolari di obbligazioni sono alla ricerca di punti d’appiglio nell’accordo che aumenterebbero i ritorni nel caso in cui il PIL recuperasse più fortemente del previsto.
Il Portogallo si sporge sull’orlo del precipizio. La Grecia ha dominato le discussioni al vertice UE di lunedì, ma non lontano subito dietro c’era Portogallo che sta ugualmente fissando il vuoto. Il rendimento delle obbligazioni portoghesi a 10 anni è balzato al 17,4% lunedì su di 400bp solo quest’anno con la resa a due anni a raggiungere il 21,5%. Ad aggravare le difficoltà del Portogallo nelle ultime settimane è stata la recente decisione di S&P di downgrade del debito del paese sotto l’investment grade, che ha costretto molti gestori di denaro a scaricare i titoli del Tesoro in loro possesso quasi a qualsiasi prezzo. Con l’economia avviata su una contrazione di almeno il 5% quest’anno e un ulteriore calo probabile nel 2013 e con una montagna di debito pubblico/privato di 360% sul PIL, la dinamica del debito del Portogallo sta rapidamente diventando insostenibile. Anche se i leader europei negano, gli investitori chiaramente credono che come la Grecia per il Portogallo presto sarà necessario imporre un taglio consistente sui titolari di obbligazioni. Il credit default swap per il Portogallo implica al 72% la probabilità che il governo sarà in default entro cinque anni. Tutto questo è molto difficile da mandar giù per il primo ministro Pedro Passos Coelho che aveva implementato misure di austerità significative come condizione per ricevere 78 mld di EUR dall’UE/FMI l’anno scorso e che crede fermamente di aver fatto la sua parte nell’affare. La scorsa settimana ha lasciato intendere che i creditori internazionali potrebbero essere chiamati a supportare il Portogallo con un ulteriore sostegno perché l’austerità non era riuscita a placare gli investitori o ridurre i costi di indebitamento. Il primo ministro ha promesso di intraprendere un secondo turno di vendite di asset, tra cui le partecipazione del governo ad una società di gestione aeroporti e ad una compagnia di trasporto ferroviario merci; il primo turno delle privatizzazioni sta procedendo bene. Gaspar, il ministro delle finanze, ha affermato recentemente che il Portogallo era ancora sulla strada giusta per raggiungere un deficit fiscale del 4% del PIL quest’anno, ben al di sotto l’obbiettivo del 5,9%. La maggiore tra le preoccupazioni degli investitori è la prospettiva di crescita disastrosa. Nel caso del Portogallo le questioni strutturali sottostanti e la mancanza di creazione di ricchezza conseguente rendono l’attuazione delle misure di austerità significative particolarmente problematiche. Come la Grecia, il Portogallo rimarrà probabilmente in terapia intensiva per un priodo molto lungo.
Le difficoltà di prestito per l’FMI. Avendo esortato l’Eurozona ad unirsi per creare slancio verso l’aggiustamento dei suoi problemi di debito strutturale, le discussioni riguardo al mantenimento dell’EFSF al fianco del suo successore, ESM, sembrano essere state una dimostrazione sufficiente di buoni intenti da parte dei membri euro perchè il Cancelliere UK considerasse pubblicamente di metter mano al portafoglio UK per quel prestito di 10 mld di GBP all’FMI. Tuttavia ci sono quattro condizioni allegate alla sua generosità e due non trascurabili ostacoli da superare prima che qualsiasi impegno concreto venga preso. Le stipulazioni sono: che ci saranno condizioni preliminari per qualsiasi prestito FMI (non esattamente insolite ma ancora vaghe); che il Regno Unito non contribuirà unilateralmente: devono partecipare altre nazioni del G20 (Lagarde era a Davos con la sua sovradimensionata ‘ciotola’ per le elemosina); che non ci sarà nessun veicolazioni a senso unico istituite puramente a beneficio della zona euro e, sulla stessa falsa riga, eventuali nuovi fondi non dovranno essere utilizzati come sostituto di autofinanziamento per la zona euro. Così come ci sono condizioni ci sono anche ostacoli: maggiori e minori. Il partito della Merkel, il CDU, è categoricamente contrario alla proposta di far correre l’EFSF al fianco dell’ESM a causa del costo supplementare di EUR 211 mld. La volontà di Osborne di contribuire potrebbe certo diminuire se Merkel non fosse in grado di garantire la maggiore copertura che si sarebbe creata da una duplice strategia di finanziamento salvataggio/stabilità. Senza questa luce verde al semaforo la premessa condizionale per la partecipazione UK cade in pezzi. Da aggiungere alle difficoltà di Osborne, gli euroscettici del suo stesso partito conservatore stanno suonando i loro tamburi di guerra mettendo in discussione, come la Germania, un maggiore progresso materiale da parte dei membri della zona euro, così come molta della responsabilità sulla Germania stessa. Nonostante Osborne metta il suo denaro sopra le sue parole, è probabile che sia come al solito Merkel a decidere i passi successivi.



