Daily Forex Report :L’Europa ha bisogno di una forte scossa fiscale

Basandosi sulle relazioni dai giornalisti che hanno visto una copia delle bozze del trattato di stabilità di bilancio dell’Europa, sembra che l’accordo per aumentare il coordinamento fiscale all’interno dell’area della...

Basandosi sulle relazioni dai giornalisti che hanno visto una copia delle bozze del trattato di stabilità di bilancio dell’Europa, sembra che l’accordo per aumentare il coordinamento fiscale all’interno dell’area della moneta unica possa essere più duro e vincolante per i firmatari di quanto pensato in precedenza. Secondo Bloomberg un paese subirà sanzioni se non riuscirà a ridurre il rapporto debito pubblico/PIL di cinque punti percentuali all’anno qualora questo rapporto sia superiore al 60%. Questo dispositivo si aggiungerà alle multe automatiche per coloro che non riusciranno a mantenere un deficit di bilancio inferiore al 3% del PIL. Dietro queste misure sembra di intravedere chiaramente la mano della Germania. Recentemente i partner della coalizione di Angela Merkel in Baviera hanno insistito per ottenere l’automaticità delle sanzioni per i trasgressori dei vincoli fiscali, fino alla possibilità di esclusione in caso di violazioni sostenute. Proprio la settimana scorsa abbiamo visto quanto potere ha ora la Comunità Europea con questo nuovo regime: il nuovo governo del Belgio è stato avvisato che sarebbero state inflitte ammende sostanziali qualora la bozza di bilancio non fosse stata riesaminata dopo che la CE aveva valutato come improbabile il rispetto dell’obiettivo del 3% nel rapporto del disavanzo di bilancio sul PIL per quest’anno. Al fine di incoraggiare la crescita l’Europa ha un bisogno disperato di un rigido trattato fiscale insieme ad alcune iniziative di riforma strutturale discusse da Angela Merkel e Sarkozy lunedì. Gli investitori ricompenseranno l’Europa solo se riuscirà ad attuare e a far rispettare un trattato fiscale più forte, proprio dove in passato aveva fallito.

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La disperazione italiana. Veramente spaventoso è l’unico modo per descriverlo. Sballottate da un’ondata di prelievi da parte dei correntisti privati e da una completa incapacità di raccogliere fondi sul mercato dei capitali, le banche italiane hanno incrementato il loro ricorso ai prestiti della BCE per un sconcertante EUR 210mld alla fine del mese scorso, fino a 57mld EUR in più rispetto al mese precedente. Alla fine del 2011 le banche italiane rappresentavano quasi un quarto della liquidità fornita dalla Banca Centrale europea. Purtroppo molto poco della liquidità raccolta é stata poi convertita in titoli di Stato italiani né è probabile che lo sarà: il rendimento a 10 anni per esempio, rimane al di sopra del livello critico del 7%. L’asta BTP a 5 anni di venerdì si profila come una prova critica per la domanda effettiva di titoli di Stato italiani e sarà messa sotto stretta osservazione dal mercato Forex. Allo stesso tempo mentre le banche italiane sono costrette ad accedere ai prestiti di emergenza della BCE, i prezzi delle loro azioni stanno crollando. Le azioni Unicredit avevano chiuso ieri al prezzo più basso dal lontano 1980 – solo nelle passate quattro sedute di negoziazione la diminuzione é stata del 45%, su volumi pesanti. Nel secondo trimestre del 2007 le azioni Unicredit venivano negoziate sopra i 40 euro, ora valgono solo 2,4 euro. Il fattore che ha scatenato il recente crollo è la terribile risposta all’annuncio di una messa in vendita di diritti sull’aumento di capitale fortemente scontati. Per i management delle banche d’Europa che lottano per raccogliere capitali freschi dai mercati al fine di soddisfare i nuovi requisiti di adeguatezza patrimoniale dell’EBA, questa é stata una reazione di mercato assolutamente terrificante, una di quelle che farà senza dubbio naufragare qualsiasi intenzione di offrire azioni sul mercato nel prossimo futuro. La conclusione è ancora più inevitabile che prima: le banche saranno costrette ad accelerare i piani di riduzione delle dimensioni dei loro bilanci, in tal modo si avrà un’intensificazione incredibilmente dannosa della stretta creditizia dell’Europa. Indubbiamente il Primo Ministro italiano Mario Monti sta osservando come si evolve la situazione da molto vicino. Allo stesso tempo le sue opzioni sono molto limitate data la montagna del debito sovrano che l’Italia ha già accumulato. Una possibilità di approccio per Monti con l’EBA è chiedere più tempo per soddisfare il requisito di capitale del 9%. Anche se questo viene concesso, le banche di altri paesi vorrebbero però poi la stessa estensione. Tuttavia la risposta del mercato a qualsiasi provvedimento di questo tipo potrà essere negativa. L’Italia è ancora sul’orlo del baratro. Se i correntisti privati continueranno ad abbandonare le banche italiane (e francamente perché dovrebbero rischiare lasciando i propri depositi lì?), la situazione diventerà insostenibile. Non ci sono risposte facili per l’Italia. E potrebbe anche andare peggio.

Aussie e Kiwi sulla cresta dell’onda. Sia l’Aussie e il Kiwi hanno attirato significativo interesse d’acquisto questa settimana, il primo di nuovo flirtando con il livello di 1,03 e l’ultimo a 0.7950. Il miglioramento della propensione al rischio, le forti cifre US di credito al consumo e un surplus commerciale cinese di dimensioni maggiori del previsto il mese scorso hanno incoraggiato entrambe le valute. Dall’inizio dell’anno il dollaro neozelandese è la moneta principale più performante, seguita dal real brasiliano e l’Aussie. Le valute antipodi continuano a raggiungere nuove vette contro le principali valute europee- AUD/GBP è tornato a 1,50, mentre sia EUR/AUD ed EUR/NZD sono a nuovi minimi record. Nonostante quest’ultimo rafforzamento della valuta australiana, alcune turbolenze minacciano nel breve termine. Dopo aver tagliato i tassi ufficiali d’interesse in novembre e dicembre, c’è una forte probabilità che la RBA continuerà ad allentare la politica monetaria nel trimestre corrente. Per la Banca centrale australiana, gli argomenti a favore di maggiore azione restano abbastanza convincenti. L’economia domestica è stata relativamente debole l’anno scorso, il consumatore propenso a salvare, i prezzi delle case sotto pressione al ribasso e il mercato del lavoro che ha creato ben pochi posti di lavoro. Le cifre delle vendite al dettaglio di lunedì per il mese di novembre hanno fornito ulteriore conferma che la spesa domestica rimane debole. Inoltre, l’attuale governo federale è intento a riportare il bilancio in eccedenza nel prossimo anno fiscale e ha implementato un significativo programma di consolidamento fiscale che limiterà la crescita dell’economia. Fattori internazionali pesano pure sull’economia australiana, come il ritmo di espansione in Cina (destinazione di esportazione principale dell’Australia) che sta sicuramente rallentando. Adesso la RBA deve abbassare il tasso principale del costo del denaro di un ulteriore 75bp entro la metà dell’anno, tra cui una riduzione di 25bp alla prossima riunione all’inizio di febbraio. Questo sembra un’aspettativa perfettamente ragionevole.

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