L’ossessione per la Grecia della scorsa settimana è destinata a passare sull’Italia questa settimana: la coalizione del Primo Ministro Berlusconi rischia di fratturarsi gravemente. Nei giorni scorsi hanno lasciato tre membri del suo partito, mentre altri sei hanno scritto una lettera aperta ad uno dei principali quotidiani italiani invitandolo a presentare le sue dimissioni. Il quotidiano “Repubblica” afferma che almeno dieci membri del partito vogliono abbandonare la coalizione di Berlusconi, di conseguenza il controverso leader si trova ad affrontare una significativa rivolta alla vigilia della votazione al Parlamento sul rendiconto annuale di bilancio. Berlusconi era già riuscito a sgusciare fuori dalla mozione di fiducia del mese scorso con il più sottile dei margini, ma se perderà la votazione sull’approvazione del rendiconto domani, sarà costretto a chiedere un altro voto di fiducia, ma questa volta sembra avere esaurito le sue fortune. Il tempo sta scadendo per l’Italia: il rendimento dei Btp a 10 anni è balzato da il circa 5% di due mesi fa a quasi 6,4% a un certo momento venerdì scorso nonostante il continuo sostegno dagli acquisti della BCE. É facile che l’Italia si trovi ad essere indirizzata, alla maniera della Grecia, verso la formazione di un governo di unità nazionale.
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Atene scansa il pericolo. Lunghe trattative ad Atene durante il fine settimana hanno causato la partenza del primo ministro greco Papandreou e la formazione di un governo di unità nazionale che si è impegnato ad attuare l’accordo raggiunto con i creditori della Grecia al vertice UE il 26 ottobre. Apparentemente il raggiungimento di questo nuovo consenso politico suona incoraggiante e certamente molto meno spaventoso rispetto alla situazione della scorsa settimana, quando la popolazione greca sembrava destinata ad esprimersi sull’adesione alla moneta unica tramite la votazione di un referendum. Per lo meno i politici di entrambe le parti sembrano ora capire che se non si metteranno a giocare secondo le regole, la prossima tranche di finanziamenti per il salvataggio non è così scontata e sarà quindi certamente “game over”. Allo stato attuale, la tranche del prestito di 8bn EUR da parte dell’ UE/FMI è stata congelata. Ciò è stato necessario per rimborsare la maturazione degli 8.2bn EUR del debito dovuta in dicembre, con ulteriori interessi in maturazione nel corso del mese. Nulla in questi casi è semplice, e non lo è soprattutto in Grecia dove il nuovo governo di unità nazionale non ha ancora scelto il suo leader o quello che sarà il proprio specifico mandato. Per esempio, il leader del principale partito d’opposizione (Samaras) ha accennato di recente che egli cercherà una rinegoziazione di alcuni elementi del piano UE. Inoltre, supponendo che il nuovo governo riesca a fare entrare in vigore le condizioni dell’accordo UE, nuove elezioni saranno poi indette, probabilmente già nel mese di febbraio. Atene può anche aver visto lo scampato pericolo durante il fine settimana, ma si può ancora intravedere la catastrofe incombere all’orizzonte.
Ancora buone notizie dagli USA. Rifacendo bene i calcoli, le cose non sono poi così messe male come si era pensato per l’economia statunitense e, in particolare, per il mercato del lavoro. I primi dati sui salari non-agricoli ad agosto erano pari a crescita zero. Due mesi più tardi il risultato è stato rivisto ad un aumento di 104 k. Inoltre si è registrata una limatura ben gradita al tasso di disoccupazione, sceso dal 9,1% al 9,0%. Il tasso di partecipazione attiva è risalito anche un pizzico così che c’è una proporzione maggiore sul totale della forza lavoro che sta lavorando attivamente o è in cerca di lavoro. Il continuo declino di questo dato era stato una tendenza preoccupante per la maggior parte degli ultimi dieci anni, così i dati di venerdì dovrebbero essere visti come un leggero miglioramento. Ciò nonostante, in una visione più generale il mercato del lavoro americano rimane debole. Nel complesso l’occupazione è rimasta ancora ai livelli prevalenti nel 2004 e con le attuali tendenze, ci vorrà fino al 2017 perché l’occupazione riesca a raggiungere nuovamente i livelli pre-crisi. Tuttavia, per raggiungere questo obiettivo ci vorrà ancora più tempo, dato l’aumento della forza lavoro in questo stesso periodo. In definitiva questi numeri lasciano più motivo di conforto, che spazio per celebrazioni definitive.
La sensibilità del Franco Svizzero. Abbiamo messo in evidenza giovedì i rischi per lo Swissie dagli ultimi sviluppi greci, e non da ultimi alcuni blandi solleciti verbali dalla Banca Nazionale Svizzera (BNS). Un membro del Consiglio BNS Danthine ha osservato verso fine settimana che “ulteriori misure saranno prese” nel caso in cui le prospettive economiche e i rischi deflazionistici lo richiedano. In realtà, questi commenti sono stati significativi non tanto per il loro contenuto, ma più per la tempistica con cui sono stati fatti, arrivando in un momento in cui EUR/CHF ha toccato un minimo sul mese intorno al livello 1.2130, non così lontano dal livello minimo imposto a 1,20 dalla BNS. Il CHF si stava indebolendo prima della pubblicazione dei dati delle riserve venerdì mattina, che hanno mostrato un calo nelle liquidità detenute da CHF 288bn a CHF 250bn. Per ora è difficile discernere l’impatto degli effetti dell’intervento di rivalutazione, essendo stato lo Swissie leggermente superiore nel mese su una base ponderata rispetto agli scambi. Il movimento iniziale del franco svizzero sembrava provenire dalle voci che la BNS può passare al piano da 1,20. C’è certamente la volontà, non da ultimo perché la BNS ritiene che a 1,20 EUR/CHF, il franco ancora “resta elevato”, per citare Danthine dalla fine della scorsa settimana. La questione è se la BNS vuole intervenire sul mercato per la seconda volta in due mesi. L’ultima volta aveva vinto. Questa volta, dati i livelli attuali e di posizionamento, potrà essere un po’ più difficile.
Simon Smith, Chief Economist



